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Rappresentazione visiva dell'articolo: La tua pensione non sarà come la loro. Ed è bene saperlo ora.

Prova a fermarti un istante e pensare a quando i tuoi genitori o i tuoi nonni sono andati in pensione.


Per molti di loro fu un passaggio naturale.

Un approdo sicuro.

Una certezza.


La pensione arrivava relativamente presto, con un assegno spesso molto vicino all’ultimo stipendio e con una garanzia implicita: quello stile di vita, costruito in decenni di lavoro, sarebbe rimasto pressoché invariato.


Quella stagione, però, è finita.

E non tornerà.


Non perché “non andremo mai in pensione” – questa è una semplificazione grossolana – ma perché la pensione che riceveremo non sarà affatto simile a quella delle generazioni precedenti.


Il vero tema, oggi, non è se andrai in pensione.

Il tema è con quale reddito.


Dal privilegio al calcolo aritmetico


Per decenni il sistema pensionistico italiano ha funzionato secondo un principio semplice e generoso: il sistema retributivo.


La pensione era calcolata sulla base degli ultimi stipendi percepiti, ossia sugli anni migliori della carriera.

Risultato? Non era raro ricevere il 80% o addirittura il 90% dell’ultimo reddito.


Dal punto di vista finanziario, questo sistema era elegante…

Ma insostenibile.


Negli anni ’90 tutto è cambiato.

Il sistema retributivo è stato progressivamente smantellato e sostituito dal sistema contributivo.


Cosa significa in concreto?


Significa che la pensione non dipende più da quanto guadagnavi alla fine, ma da quanto hai versato in tutta la tua vita lavorativa.


Carriera discontinua?

Pensione più bassa.


Redditi modesti nei primi anni?

Pensione più bassa.


Versamenti irregolari?

Pensione più bassa.


Ogni vuoto contributivo oggi si trasforma in un vuoto pensionistico domani.


L’Inps non investe per te


C’è un equivoco molto comune: pensare che i contributi versati funzionino come un investimento.


Non è così.


Il tuo denaro non viene accantonato e investito sui mercati.

Viene utilizzato immediatamente per pagare le pensioni attuali.

Domani, qualcun altro pagherà la tua.


È un patto sociale.

Non un investimento.


Il “rendimento” che lo Stato ti riconosce sui contributi versati non dipende dai mercati finanziari, ma da una formula legata alla crescita economica del Paese.


E c’è un dettaglio che non può essere ignorato:

negli ultimi 15 anni questo rendimento è stato largamente inferiore all’inflazione.


In altri termini:

il valore reale dei tuoi contributi si è lentamente eroso.


Una tassa camuffata da investimento.

Con la differenza che qui sei obbligato a partecipare.


Vivremo più a lungo. E questo ha un prezzo.


C’è poi un altro fattore, silenzioso ma inesorabile: la demografia.


Viviamo più a lungo.

Ed è un successo della civiltà.


Ma finanziariamente significa una sola cosa:

gli stessi contributi devono sostenerti più anni.


Se un tempo la pensione doveva coprire 15–20 anni,

oggi deve spesso arrivare a 30 anni e oltre.


Il risultato è matematico:

l’assegno mensile si assottiglia.


Non per cattiveria.

Per aritmetica.


Una certezza spiacevole, ma necessaria


Il combinato disposto di:


* sistema contributivo,

* bassa rivalutazione reale,

* aumento dell’aspettativa di vita,

* declino demografico,


porta a una conclusione inevitabile:


La pensione pubblica, per la tua generazione, non sarà sufficiente per mantenere lo stile di vita che immagini.


Non sarà una tragedia.

Ma non sarà nemmeno una rendita.


Sarà, nel migliore dei casi, una base.

E nel peggiore, un’integrazione marginale.


Il vero errore non è ignorarlo.


Il vero errore è non fare nulla.


Non è responsabile aspettarsi che “qualcosa cambierà”.

È comodo.

Ma è una scommessa molto pericolosa.


La previdenza, oggi, non è più una questione politica.

È una questione patrimoniale.


Non riguarda lo Stato.

Riguarda te.


E come ogni obiettivo serio nella vita,

richiede:


* visione,

* strategia,

* disciplina,

* tempo.


Chi inizia per tempo costruisce libertà.

Chi rimanda, accumula dipendenza.


La pensione non è un evento.


È un progetto.


Il passaggio cruciale che pochi comprendono è questo:


La pensione non è una data sul calendario.

È un capitale da costruire.


Esattamente come un patrimonio.

Esattamente come un’azienda.

Esattamente come una grande eredità.


Non con improvvisazione.

Non con panico.

Ma con metodo.



Se vuoi, nel prossimo articolo posso portarti dentro:

come dovrebbe ragionare oggi una persona lucida sulla propria pensione

e su quali strumenti si costruisce una vera integrazione previdenziale, elegante e solida.


Perché la differenza tra chi subirà la pensione

e chi la governerà

si farà tutta nei prossimi 10–15 anni.


E il tempo, in queste decisioni,

è l’unico alleato che non si può comprare.

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